Sono una hater
O del trovare ispirazione in chi ti irrita di più.
Ti dirò, sospetto che in quei pranzi con principesse e intellettuali vari al termine dei quali Arbasino si fiondava alla macchina da scrivere per appuntarsi quello che aveva detto - ci fossero stati dei gran litigi tra i commensali.
Me ne sono convinta da quando ho iniziato a pesare tutto con questa metrica:
Quanto mi fa generare?
Mi spiego. Se esco da un cinema e ho voglia di parlarne per ore e ore, quello per me è un gran film. Una mostra che mi fa venir voglia di iniziare a dipingere. Una conversazione che mi fa venir voglia di scrivere una Ti dirò.
Questa è la generatività: quando qualcosa ti fa venire voglia di creare.
E da quando ho introdotto questa metrica mi sono accorta di una cosa strana. Anzi, controintuitiva.
A farmi venir voglia di scrivere - e scrivere tanto - non sono le persone con cui vado d’accordo, anzi. Con loro è tutto un annuire, un riempirci di “Esatto!” “Geniale!” “Non avrei saputo dirlo meglio”.
Poi torno a casa e non scrivo niente. Zero. Nada.
Con chi non sopporto invece…ci riempio pagine e pagine per spiegare perchè quella persona mi irrita o perchè il Gianpaolo di turno ha torto marcio e non ne azzecca una manco a pagarlo.
(Suggerimento per tutti: iniziate a far caso a chi o cosa vi rende generativi. Poi, teneteveli stretti.)
La nobile arte del dissing
Questa cosa di scrivere per contraddire - e dell’importanza di avere un nemico - si condensa bene nella nobile arte del dissing. Dall’inglese disrespecting, si tratta di quei pezzi rap volti a denigrare un avversario.
Alcuni artisti hanno raggiunto proprio nei dissing le punte più alte della loro arte.
Ti metto qui alcuni dei miei dissing italiani preferiti: DJ Gruff contro Jax: “Sucker per sempre” è cattivissimo, uno dei pezzi più tecnici e spietati del rap italiano. Oppure Highsnob contro Fedez con “La tocco piano”- una hit incredibile proprio perché è un attacco chirurgico. E Tony Effe con il dissing sempre a Fedez che ha fatto più parlare di lui di tutto il resto della sua carriera messa insieme.
(Fedez, va detto, ha il grande pregio di essere veramente molto generativo per chi gli sta intorno. Praticamente una musa suo malgrado).
Ma perchè è così facile scrivere da incazzati? Non lo so, sicuramente le emozioni belle o brutte che siano, sono amiche della scrittura. Ma è solo una questione di emozioni forti? O c’è qualcos’altro?
Il controcampo
Prendo un pensatore con cui litigo da anni: Hegel. Mi irrita profondamente, ma poi vedi: sono ancora qui a litigarci e scriverne.
Hegel diceva - per farla semplice, che poi semplice non è mai con lui - che il pensiero funziona così: tesi, antitesi, sintesi. Tu affermi qualcosa (tesi), qualcuno dice il contrario (antitesi), e dallo scontro nasce qualcosa di nuovo (sintesi).
Non è solo un modello filosofico astratto. È proprio come funzioniamo.
Tutto ciò che è vivo ha bisogno del suo contraddittorio per evolvere. Niente ti fa capire cosa pensi davvero come qualcuno che ti dice: “No, hai torto”. E tu, per difenderti, devi articolare meglio la tua posizione. Devi trovare gli argomenti, gli esempi, le ragioni profonde.
Il nemico ti obbliga a metterti a fuoco.
Questo vale soprattutto per la scrittura, che per me ha molto a che fare con l’identità. Anzi, sarò ancora più radicale. Scrivere è la misura della libertà di essere te. Più ti censuri, meno scrivi. Più ti conosci (e ti accetti, o per lo meno tolleri) più pagine riempi. E la verità è che per capire chi sei non è tanto utile uno specchio. Meglio un nemico che ti obbliga a chiederti: “Ok, ma io DAVVERO cosa penso? E perché?”.
Per sfregamento arrivi al cuore di quel che è davvero importante per te. Ecco perché io dirò sempre grazie a chi mi irrita.
E questo, alla fine, è il vero problema delle intelligenze artificiali: è praticamente impossibile litigarci. L’AI ti dà sempre ragione. Come aveva scritto bene Milo Soardi su Rebelòt in “Una cosa che odio di ChatGPT” l’AI non ti può contraddire davvero. Non può essere la tua antitesi.
Bene: quindi tieniamoci vicini gli amici ma ancor di più i nemici se vogliamo scrivere di più e meglio.
A tutto questo ahimè c’è ancora un ultimo spiacevole risvolto per cui non so se siete pronti.
La fase finale: contraddire me stessa
Una persona per me molto generativa (letteralmente - visto che mi ha partorita - mia mamma) mi direbbe a questo punto: “Attenzione Carlotta. Quel che ti irrita negli altri è quello che non accetti di te stessa”.
C’è un’influencer che non sopporto. Covo un articolo contro di lei da mesi, ma non lo pubblicherò perché non voglio essere denunciata. Il problema? Tutto quello che mi irrita di lei - anche se non voglio ammetterlo - sono i miei difetti. Quelli che non voglio vedere.
Questa fa male, infatti è un’informazione che preferisco dimenticare però oh, adesso che stavamo parlando di contraddizione produttiva, non potevo non dirtela.
La persona che meno sopporti al mondo è quella che ti assomiglia di più.
Con questo credo che possiamo chiudere e ritornare su X a fare gli hater - oppure a coltivare questa contraddizione produttiva arrivando perfino, che goduria, a contraddire noi stessi.
“Mi sono costretto a contraddirmi per evitare di conformarmi ai miei stessi gusti” questa frase di Marcel Duchamp la porto con me da tanto perchè mi ricorda che il vero nemico non sono gli altri. Lui “litigava” con se stesso per obbligarsi a pensare diversamente. A non diventare la caricatura di Marcel Duchamp. Ed è forse la forma più alta ( e difficile) di generatività: quella in cui il tuo controcampo sei tu.
Rap: il furore del dire di George Lapassade per me è LA lettura se vuoi capire come il rap - e in generale l’arte che si fonda sulla battaglia - nasca proprio da questo: dal conflitto come motore.
Di Hegel non so se consigliare davvero la lettura, nel caso suggerisco la la bellissima edizione della Fenomenologia dello spirito (Edizioni di Storia e Letteratura Vol. 1 e Vol. 2) che sfoglio quando ho voglia di non capire nulla (non capire: altra grandissima musa generativa).
Chissà che dissing scriverebbe Tutti Fenomeni. Intanto dal suo ultimo disco abbiamo la canzone che c’entra niente o forse sì, “Love is not enough”:
Ah sai cosa? La metrica della generatività la applico anche su quello che produco io. Per me il massimo successo di una Ti dirò è che faccia venire voglia a qualcun altro di scrivere un pezzo. Oddio, ma allora significa che sono stata irritante? Vabbè, ci pensiamo un’altra volta.
Altre cose che ho scritto sulla scrittura - o mentre ero incavolata:









Teniamoci vicini i generativi non solo per scrivere meglio ma anche per pensare meglio, che a forza di essere d’accordo ci si incancrenisce il cervello
“L’uccel di gabbia non canta per amore, ma per rabbia.”